Contro l’Universalismo Marziale,

CONTRO L’UNIVERSALISMO MARZIALE

Mi è venuta l’idea di scrivere questo post dopo aver letto “Contro il settarismo marziale”, pubblicato dal nostro prolifico maestro sulla pagina Facebook “Fajin – Taijiquan stile Chen”, il 22 novembre del 2018. Nel mio piccolo vorrei contribuire con qualche spunto di riflessione. Se non lo avete letto vi invito a farlo, prima di proseguire.

Non ho l’esperienza più che quarantennale del maestro Grassia, ma pratico da 26 anni e sono d’accordo con lui che giudicare un’arte marziale basandosi solo sull’osservazione di tecnica, modalità di esecuzione ed elementi estetici è superficiale. Questo di solito avviene da parte di gente marzialmente inesperta, che ha pochi anni di pratica, ma anche insospettabilmente da maestri navigati e autorevoli nella loro arte che però per vari motivi, non da ultimo chiusura mentale, valutano una disciplina marziale differente prendendone in esame gli elementi esteriori, ovviamente diversi dai loro, a sostegno di quello in cui già credono.

Se una persona cerca però di andare oltre alla tecnica vedrà quello che accomuna, non quello che apparentemente divide.

Nei commenti all’articolo del maestro viene riportato un esempio molto diffuso, che ha il pregio di far comprendere anche ai profani cos’è un percorso marziale: l’esempio della montagna. Come per arrivare alla cima di un monte si possono percorrere varie strade ma si arriva sempre nella stessa vetta, così le varie arti marziali sarebbero solo percorsi diversi per giungere alla cima della montagna, simbolo dell’abilità marziale.

A mio avviso questo non è del tutto esatto. Prima di proseguire però ci tengo a precisare che non voglio sminuire o denigrare determinate discipline o dire che una è meglio di un’altra, non è con questo intento che ho deciso di scrivere, bensì con quello di far riflettere su alcuni aspetti che non sempre saltano all’occhio.

Il discorso della montagna mi sembra un po’ autoreferenziale. Come fa un grande maestro che ha studiato per cinquant’anni una sola disciplina a dire che le altre portano allo stesso risultato? Solo guardando un altro grande maestro?

Mi si obietterà che ce ne sono alcuni che eccellono in più di un’arte marziale, ma un grande maestro che si mette a studiarne un’altra è come uno scalatore che è arrivato in cima alla montagna, torna indietro per dieci metri, prende un sentiero diverso, risale in vetta, e poi dice che si può arrivare alla meta anche partendo dal crinale opposto a quello da cui è salito lui.

Capito che intendo? Per verificare la tesi della montagna bisognerebbe prendere un grande maestro, ringiovanirlo di 50 anni, cancellargli la memoria (anche quella motoria e propriocettiva), fargli iniziare da zero un’altra arte marziale e vedere dove arriva. Dopo altri 50 anni ripetere il procedimento per tre, quattro, cinque volte, e vedere se giunge allo stesso livello marziale. Impossibile.

Il fatto che il discorso della montagna lo abbiano fatto e lo facciano maestri di arti diverse non fa venir meno l’autoreferenzialità. Ma mettiamola un attimo da parte, a mio avviso ci sono altri problemi.

Una persona che inizia a praticare un’arte marziale lo fa perché incuriosito o appassionato, comunque desideroso di apprendere. Senza conoscere niente, su cosa si concentrerà? Su ciò che salta subito all’occhio, gli aspetti esteriori. Dopo qualche anno inizia a comprendere, o dovrebbe, che al di sotto delle tecniche ci sono dei princìpi da seguire, perché le stesse siano efficaci. Difatti chi si ferma all’aspetto tecnico non sviluppa una grande abilità marziale, neanche dopo anni.

Per cui, tornando all’esempio della montagna, potremmo dire che i percorsi sono diversi, la vetta è unica, e i principi – non le tecniche – sono gli strumenti che consentono di percorrere queste diverse strade, di avanzare nella salita. Ma quali sono questi strumenti? Proseguendo nella metafora potremmo dire che per salire su per una montagna è fondamentale ripararsi dal freddo e avere delle calzature adeguate, mentre salire in maniche corte o scalzi è senz’altro inadatto.

Prendiamo ad esempio un principio basilare nel Taijiquan, una delle prime cose che si insegna a un principiante, lo svuotare il petto. Nel Taiji il petto non dev’essere contratto o gonfiato (come dicono ai militari: “petto in fuori”), ma al contrario rilassato naturalmente senza essere incavato. Nel Taiji svuotare il petto non è una cosa marginale, ma di fondamentale importanza. Chi non lo comprende non riuscirà a sviluppare una parvenza di abilità neanche dopo decenni di pratica.

Questo fatto però ha delle implicazioni: o svuotare il petto è utile o è inutile. O chi lo osserva sta sprecando tempo a rispettare un principio superfluo (un non-principio), oppure chi non lo osserva sta mancando in qualcosa. Tornando alla montagna lo svuotare il petto potrebbe simboleggiare un giaccone pesante o una maschera con boccaglio. Portarsi un giaccone pesante in montagna è fondamentale, una maschera con boccaglio è completamente inutile.

Le cose vanno peggio quando ci sono princìpi che cozzano gli uni con gli altri. Per alcune arti marziali per mettere forza nella proiezione, nel colpo o nella leva che si esegue si devono contrarre gli addominali. Per altre arti marziali il corpo, per emettere forza, dev’essere rilassato e anche contrarre un solo un muscolo vuol dire bloccarla. È come se, non intendo rispettivamente, alcune dicessero che per salire in montagna servono le scarpe chiodate e le altre i pattini a rotelle.

Le arti marziali non sono una scienza esatta come la matematica e ripeto, non sto entrando nel merito di quale possa o potrebbe essere nel giusto, mi sto solo limitando a far notare che i due princìpi si contraddicono l’un l’altro, pertanto non possono essere entrambi corretti.

Quando discuto di questo con qualcuno solitamente il mio interlocutore minimizza, nega, cita un grande maestro del passato che si muoveva diversamente dai praticanti di oggi o tira fuori il discorso della montagna. Dice che prima le arti marziali erano più complete, più ricche, oggi si sono involute a causa delle competizioni sportive che ne hanno impoverito l’essenza per sottolinearne gli aspetti appariscenti, come velocità e prestanza fisica. Questa risposta è un glissare sul nocciolo della questione. Anche se la condivido, non basta a spiegare le contraddizioni che ho citato prima.

Per cui: tutte le strade portano in vetta? Tutte le arti marziali sono uguali? Secondo me no. Lo sarebbero se i princìpi di base fossero comuni, condivisi – e corretti. Purtroppo non è così. Per raggiungere altissimi livelli nelle arti marziali bisogna casualmente scegliersene una basata su principi corretti (casualmente perché da principiante non si ha la maturità marziale per discernere ciò che si apprende), trovare un maestro bravo che abbia compreso questi princìpi e li sappia trasmettere, avere la voglia di apprendere e l’umiltà di capire i propri errori, essere disposti a sostenere grandi sacrifici per imparare, e non da ultimo avere la fortuna di vivere una vita che consenta di dedicare molto tempo alla pratica, perché ad incamminarsi su per una montagna solo per dieci minuti o mezz’ora al giorno non si arriva tanto in alto. Figuriamoci poi con le pinne ai piedi.

Gianluca Iannotta

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